La sfiga che rassicura
16 / 5 / 2012
Come cantava Gaber, la sfiga è sempre di sinistra. Hollande può confermare. Prima gli si è allagata la Citroen ibrida decappottabile con cui stava compiendo la trionfale parata negli Champs Elysees, causa pioggia torrenziale. Poi un fulmine ha colpito il suo aereo diretto a Berlino. Ha tirato fuori la tenacia, tornato a Parigi, ha preso un altro apparecchio ed ha persistito verso la meta. È arrivato però con scandaloso ritardo, indistruttibile come Fantozzi. La Merkel attendeva con la teutonica banda militare schierata e impaziente di fronte alla cancelleria da oltre un’ora quando è finalmente apparso. Quelli di sinistra sono sempre in ritardo e accampano scuse inverosimili. Si sa. Il goffo Hollande, in posa militaresca, ha anche sbagliato la svolta marziale scandita dagli ottoni finendo quasi addosso ad Angela, forse confuso dai postumi della scossa elettrica. Nonostante ciò il vertice è stato un successo. Io non sono un ammiratore a priori del nuovo presidente francese. Tuttavia devo riconoscere che la coppia franco tedesca, per una volta, mi è sembrata rassicurante. Perfino in una notte di tregenda come quella che abbiamo appena vissuto, con la Grecia che salta nel buio, le borse che precipitano e i rendimenti sui titoli di stato che schizzano in direzioni opposte al bund tedesco, quasi a presagire il big bang della zona euro.
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Germania. Si cambia
13 / 5 / 2012
Roettgen, il candidato CDU al governo del Nord Reno Westfalia, ad exit poll ancora caldi ed urne ancora chiuse ha ripetuto sei o sette volte di seguito il mea culpa: è la mia sconfitta, la mia sconfitta, la mia sconfitta eccetera. Non è solo serietà teutonica sconfinante con masochismo. Roettgen si era già attirato i fulmini del partito chiudendo il comizio finale della campagna elettorale con la frase sfortunata: “questo voto è un referendum sulla politica europea di Angela Merkel”. Sperava di volare sulle ali della popolarità della cancelliera. Voce dal sen fuggita più richiamar non vale. Ormai il danno alla signora Merkel è fatto e certificato. Vuol dire che la Germania volta pagina? Vedremo. Certamente martedì Hollande troverà a Berlino una cancelliera seriamente indebolita. Resta il fatto che si è votato nel land più popoloso, 17 milioni di abitanti e che questa è l’ultima consultazione politica importante prima delle politiche del 2013. Risultato: la CDU registra il peggior risultato del dopoguerra mentre la SPD va alla grande.
Piano Marshall in dracme costa meno
13 / 5 / 2012
Economia o politica? Quale scienza umana può spiegarci meglio quel che succederebbe se la Grecia uscisse dall’Euro? Nessuna delle due. Mai ho visto opinioni più diverse e dissonanti di quelle espresse da economisti e politici sul tema negli ultimi giorni. Si va dagli apocalittici, come Romano Prodi, che vedono un effetto domino seguito dalla dissoluzione della moneta unica, agli integrati come il ministro tedesco Schauble che, scrollando le spalle, commenta: “facciano pure la zona euro è forte” passando per il nostro Massimo D’Alema che sottilmente distingue che “fuori dall’Europa e fuori dall’Euro son due cose diverse”. Il capo della banca d’Irlanda stima costi trascurabili se ciò avvenisse, mentre c’è chi si spinge ad immaginare perdite gravissime, come l’agenzia di rating Fitch, che postula un accresciuto premio di rischio sui titoli sovrani di metà della zona euro, e annuncia che metterebbe sotto osservazione i rating di Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda. Le penne più alate del mondo finanziario anglosassone scrivono che, a quel punto, la BCE sarebbe costretta ad una nuova grande iniezione di liquidità, il che fa venire l’acquolina in bocca. Il settimanale tedesco Der Spiegel, si spinge oltre. Nel numero in edicola domani, scrive che la Grecia vada fuori dall’Euro ormai è una dato di fatto che presenta anche opportunitá. Annuncia poi un piano riservato del ministero delle finanze tedesco che sarebbe pronto ad aiutare la Grecia a far ripartire la crescita in caso di ritorno alla Dracma. Forse perché il piano Marshall in dracme costa meno? Ma come!? Non li aiutiamo a stare nell’Euro, perché stare nell’euro significa stare alle regole - e loro le regole le hanno violate - , ma siamo pronti ad aiutarli purché smettano di dare fastidio? Ammetto che ci sia una logica ma è il punto di vista ad essere miope. Tutto ciò visto da Atene aggiunge caos al caos della politica interna greca. I milionari greci hanno già scelto. I broker immobiliari di londra registrano la “carica dei ricchi greci” (e spagnoli) che stanno rivitalizzando il mercato immobiliare, comprando a man bassa ville ed appartamenti in una capitale britannica mai così depressa. Che dire? E’ politica o economia?
Bruxelles e Berlino “avvertono” Hollande
11 / 5 / 2012
Hollande è sotto schiaffo, Rajoy è in guai seri e Monti va lasciato in pace. Questa la lettura politica dei dati pubblicati dalla Commissione Europea stamane. L’Italia centrerà il pareggio di bilancio per il 2013. La Francia invece dovrà fare una manovra aggiuntiva: nel 2013 registrerà un deficit del 4,2%. Hollande ha già dichiarato che la Commissione ha probabilmente ragione - tutta colpa di Sarkozy che ha truccato i conti - ha aggiunto - riconfermando l’impegno a portare il deficit al 3% per il prossimo anno. La Spagna invece registrerà una deviazione grave, secondo la commissione sarà l’unico paese in recessione anche il prossimo anno, Madrid accetterà, tra l’altro che la commissione sottoponga ad un audit esterno la sua riforma del sistema bancario, ed, in particolare, a “far valutare” da una società indipendente il reale valore dei suoi asset immobiliari. Un livello di dettaglio nell’ingerenza negli affari interni di un grande paese che sembra l’anticamera del commissariamento.
La Merkel ha inviato ad Hollande una lettera che gli ricorda lo spessore storico dei legami tra Francia e Germania, facendo intendere che considererebbe gravissima la responsabilità di una rottura, aggiungendo che del patto di bilancio non è intenzionata a ridiscutere una virgola. Il superministro dell’economia Schauble, parlando di Grecia, ha dichiarato: ”le regole della zona euro sono quelle che sono e se rifiutate queste regole rifiutate l’euro” tradotto: le regole sono la sostanza dell’euro, il resto è accidente e l’euro è cosa nostra. L’ultimo segnale in ordine di tempo viene dalla Commissione europea, gente di apparato, burocrati quanto si vuole, ma dotati di grande potere effettivo, specie se sostenuti dall’influenza politica della Germania. Hollande per ora tace e fa bene. I suoi negoziano e certo non sono degli sprovveduti. Tuttavia la Germania sta facendo quel che è in suo potere per metterlo in condizioni di massima debolezza. Le monde non ha dubbi. Per il grande quotidiano francese il report della commissione è un “segnale”, una specie di avvertimento mafioso che Bruxelles e Berlino lanciano ad Hollande. Con ciò, implicitamente inferendo che Bruxelles e Berlino lavorano di concerto per disinnescare il potenziale innovativo del tentativo di Hollande di iniettare sangue nuovo nelle regole europee. Crescita si! purché se ne parli, ma senza allentare il rigore.
Sulla stampa italiana, nelle ultime settimane, è molto in voga uno scenario per il quale la logica interna dell’evoluzione politica nei paesi dell’Eurozona, appuntamenti elettorali, gioco di coalizioni etc. condurrebbe naturaliter ad una evoluzione verso politiche della crescita di cui l’arrivo di Hollande sarebbe precursore e icona. Il vento di sinistra farebbe cadere mele già mature dall’albero tedesco. L’evidenza, finora dimostra il contrario. Lo squilibrio reale tra le condizioni economiche della Germania e quelle degi altri, tra la forza del modello tedesco e la debolezza di quello degli altri è talmente acuto che, in altre epoche, avrebbe già condotto ad una guerra in Europa. Per fortuna esiste l’Unione europea ed esiste la Nato e la politica e l’economia si fanno prosecuzione della guerra con mezzi meno cruenti. Tuttavia lo squilibrio resta. La fine politica di Sarkozy è la fine di una bugia. L’arrivo di Hollande porterà alla luce lo scontro. Sarà duro e senza esclusione di colpi. Nessun esito è scontato.
L’ombra della bancarotta celtica
10 / 5 / 2012
Quanta spazzatura c’è ancora nelle casse delle banche spagnole? E’ così tanta da mandare il paese in bancarotta? Sarebbe una bancarotta di tipo celtico, come quella già vista in Irlanda. Un dissesto nato dal settore privato che si trascina dietro le finanze pubbliche, non importa quanto virtuosamente siano state gestite. Uno sberleffo ai parametri di Maastricht che Spagna ed Irlanda avevano rispettato al centesimo, prima dello scoppio della crisi. Uno schiaffo a quelli che credono che il debito pubblico sia necessariamente un male e quello privato necessariamente innocuo. E’ emblematica la parabola del colosso del credito Bankia, la più grande banca operante in Spagna, un istituto nato il 3 dicembre del 2010, operativo dall’1 gennaio 2011. Deriva dalla fusione di sette casse di risparmio spagnole, un’operazione dettata dall’emergenza e conclusa in quattro mesi soltanto. Già allora era forte l’impressione che il governo di Madrid, per far finta di non vedere sette gravi problemi, avesse scelto di nasconderli in uno solo contenitore, ma gigantesco, destinato a incubare un gran problemone. Infatti Bankia è finita presto in condizione di insolvenza. Lo stato spagnolo è stato costretto a intervenire con 5 miliardi di capitale fresco. Basterà? Il marcio più marcio in Spagna si è formato alla confluenza tra settore bancario locale e amministrazioni locali, tra credito facile per l’industria del mattone e altrettanto disinvolta pratica di concedere licenze edilizie per gigantesche speculazioni, un andazzo durato oltre dieci anni e coperto dai costanti rialzi dei prezzi. La crisi e la fine della bolla edilizia stanno costringendo le banche a svalutare gli asset, i patrimoni che hanno in cassa, a valore di mercato, con conseguenze disastrose. L’agenzia Bloomberg ha provato a fare qualche calcolo. Secondo il governo di Madrid, le perdite sui prestiti a proprietari di case e aziende di costruzione sono del 50%, le banche devono corazzarsi raccogliendo nuovo capitale per altri 54 miliardi di euro. Il buco però, secondo la banca di Spagna potrebbe rivelarsi maggiore. Nella peggiore delle ipotesi, sempre se la congiuntura dovesse mantenersi negativa, le banche dovrebbero perpararsi a coprire perdite per altri 270 miliardi di euro, la metà del prodotto nazionale lordo. Una somma enorme. Abbastanza da condannare la Spagna alla bancarotta celtica. Specie in una fase in cui l’unica riposta di politica economica che viene dal governo sembra essere la necessità di far dimagrire non solo le banche ma anche le pubbliche amministrazioni. Si parla di tagliare di un terzo, neppure troppo gradualmente, l’ammontare della spesa pubblica. Una somma che il nostro Giarda, dedito al lavoro titanico di tagliare lo 0,5% può solo sognare. Così si mettono al sicuro i conti dello stato mettendo a rischio quelli delle banche private che si ritroveranno con sofferenze più acute. Ormai è chiaro che tra debito degli stati e debito delle banche è abbastanza inutile fare distinzioni. Serve un atteggiamento pragmatico e, se possibile, scevro da pulsioni rigoriste o giacobine. Anche per questo si lavora a Bruxelles per dare al nuovo meccanismo di stabilità, il Fondo Monetario europeo, la possibilità di capitalizzare direttamente le banche, senza costringere gli stati a dichiarare bancarotta. Spegnere l’incendio laddove si manifesta mentre può essere ancora contenuto con relativamente piccolo esborso. Magari è una buona idea. Non a caso, per la direzione del MES si pensa ad una signora spagnola, Belen Romana Garcìa. Spendere di più e prima per spendere molto di meno dopo. Il pragmatismo però deve diventare metodo a tutti i livelli. Secondo la France press, la Commissione europea, renderà noto domani il fatto che che la Spagna non rispetterà l’obiettivo di ridurre il deficit di bilancio al 5,3% per il 2012. E’ il momento di dimostrare che il patto di bilancio, il fiscal compact non è un vincolo stupido ma uno strumento utile. Nella nuova Europa all’Hollande uno scostamento dagli obiettivi motivato e ben gestito non deve diventare una tragedia greca.
