Angela Merkel ha vinto. E adesso?
31 / 1 / 2012 |
Passa l’Angela e dice: amen. Il fiscal compact è cosa fatta. Ci sono voluti mesi di pubblico dibattito che hanno avuto quanto meno il merito di costringere le opinioni pubbliche dei paesi coinvolti ad ampia autocoscienza e dolorosa autocritica. Al punto da cambiare la cultura collettiva e radicare una virtuosa diffidenza verso ogni eccesso di spesa, persino suscitando simpatia verso chi paga le tasse. Mai un trattato così austero e potenzialmente impopolare era stato similmente sviscerato contemporaneamente dai popoli europei del nord e del sud. Non era andata così per il trattato di Maastricht la cui portata non era stata compresa appieno neppure dai politici che lo avevano firmato. Ma ora che succede?
A questo punto la domanda che tutti si pongono è: è tutto qui o c’è dell’altro, dopo il rigore ci daranno le caramelle, dopo aver fatto i compiti ci porteranno a giocare ai giardinetti? Potremo pensare ad altro? Secondo i critici di scuola anglosassone, Merkel ha avuto la sua libbra di carne, in cambio dell’imperituro impegno tedesco a sostenere l’euro con la grande potenza economica tedesca.
Mario Monti è come al solito più sofisticato. Sostiene che da oggi non abbiamo più l’onere di produrre ogni giorno la prova che siamo seri. Abbiamo il certificato. Ci attacchiamo al valore legale del titolo di studio? Chiamatelo come volete ma la bce sarà soddisfatta, i mercati saranno soddisfatti. Angela sarà soddisfatta. E qui la voglio, qui la vogliamo tutti. Perché da domani bisognerà ogni giorno dimostrare che saremo capaci di far qualcosa per la crescita, l’occupazione, i giovani. E su quello saremo giudicati. Soprattutto lei sarà giudicata. Hanno già cominciato a farlo i socialisti e i liberaldemocratici europei, spd tedesca e socialisti francesi, per i quali la dichiarazione su crescita e sviluppo del vertice è una scatola vuota, che non contiene soldi freschi. Sarebbe semplicemente la traduzione di una ideologia liberale fallimentare e sterile.
Monti è più ottimista. Sostiene che la recessione sarebbe arrivata comunque in Europa e che l’austerità, per lo meno, ci risparmia i disastri del default e le enormi spese per l’allargamento degli spread. Ricostruisce la fiducia, ci mette in grado di ripartire e ci obbliga a diventare più seri ed efficienti. Ma ammette che se una pagina si è conclusa, una pagina nuova si è aperta. Visto che Merkel ha avuto il suo fiscal compact da domani dovrà ammettere che a sud tutto, o quasi tutto è in via di soluzione. La Germania sta cambiando atteggiamento, sussurra Monti stimolato dalle domande dei cronisti. In futuro anche sane dottrine economiche come la distinzione tra deficit spending e sani investimenti produttivi potranno vedere la luce, anche nel cielo sopra Berlino. Il che traduciamo noi in eurobond, project bond o pacchetti di stimolo per grandi investimenti per il futuro, che passino da governi dalla commissione, dalla Bei, da babbo natale o altro.
Per quanto riguarda l’austerity l’Italia evita il peggio. Il trattato prevede sanzioni per chi supera i limiti di deficit, non impone marce forzate per il rientro dal debito, non c’è niente che non possiamo sostenere e che non avremmo dovuto fare comunque. Inoltre, ed in questo c’è tutta l’incrollabile fiducia di Monti per la forza rivoluzionaria delle istituzioni europee, le carte siglate stasera danno alla commissione dormiente di Manuel Barroso, un ruolo, priorità, obiettivi. Far ripartire il mercato unico, studiare misure per imporre ai riluttanti l’apertura delle grandi reti, trasporti, energia, TLC, al punto da sfidare le grandi nazioni gelose dei campioni nazionali, come Francia e Germania. Ridefinire gli obiettivi dei fondi strutturali, da orientare non ai paesi o alle regioni più povere, ma a quelle che hanno maggiore disoccupazione dei giovani. Per ora si parla dei fondi avanzati. Domani forse il ripensamento sarà più complessivo.
Su quelle burocrazie cristallizzate riposa l’ambizione di Monti. Per il quotidiano belga Le Soir la star del vertice è lui. Il giornale lo candida nel 2014 a sostituire il presidente del consiglio europeo Van Rompuy, responsabile, ma questo lo diciamo noi, assieme a Barroso, di aver trasformato le istituzioni europee nell’ufficio di rappresentanza delle grandi potenze.
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Ottimo commento e strasottoscrivo l’ultima frase. L’Europa con quelle mezze figure è destinata a finir male.