I Tedeschi sono simpatici
25 / 5 / 2012 |
Lo scrive la più augusta penna del Financial Times, Martin Wolf. “Non posso fare a meno di provare simpatia per i Tedeschi perché, a differenza dei Francesi, si rendono conto da sempre che per emettere gli Eurobond bisogna rompere gli indugi e costruire l’Unione politica”. Anche il premio nobel Krugman, da sempre avversario del rigore confessa una certa simpatia per la Germania, perché, dice, l’austero ministro Schauble crede veramente in quel che predica, e cioè che la ricchezza sia premio per la virtù e che l’austerità sia salvifica per le nazioni come la penitenza lo è per l’anima. Viceversa, quelli che negli Stati Uniti predicano l’austerità e impediscono l’aumento della spesa pubblica sono solo degli ipocriti furbastri che cercano di non pagare le tasse e fare un sacco di miliardi in borsa.
I simpatici partiti tedeschi, governo ed opposizione, si sono riuniti insieme alla cancelliera ieri sera a Berlino per mettere a punto una proposta aggiornata ed unitaria su disciplina di bilancio, debito e crescita in Europa che risponda alla sfida lanciata da Francoise Hollande. L’accordo non è definito nei dettagli ma le grandi linee sono chiare. E’ una proposta nuova si, ma sempre alla tedesca, cioè maledettamente razionale e costruita sulla prevedibilità di regole in sé coerenti che lascia ai contraenti poca o nessuna discrezionalità. Al punto che la Cancelliera Merkel si è sentita rassicurata e libera, oggi, di accettare l’invito di Mario Monti e venire a Roma per discutere di crescita con Hollande e Rajoy, prima delle elezioni greche, francesi e del vertice europeo.
Secondo quando dichiarato da Gabriel, leader socialdemocratico e Trittin, capogruppo verde in parlamento, gli eurobond in quanto tali non sono strumenti accettabili dalla Germania nell’attuale quadro istituzionale europeo. Quel che si può fare subito è qualcosa di simile all’European Redemption Fund, già teorizzato dai cinque saggi del consiglio economico della cancelliera lo scorso novembre. Secondo questo meccanismo tutto il debito pubblico dell’eurozona eccedente il livello del 60% del pil dovrebbe confluire all’interno di un fondo, garantito da eurobond a scadenza, 20 o 25 anni. Sarebbe però un fondo a tempo determinato, ad esaurimento, che dovrebbe essere interamente rimborsato alla fine del periodo. E’ una grande apertura di credito nei confronti dell’Italia, che da sola rappresenta la metà dell’intero debito dell’eurozona ma, proprio per questo estremamente impegnativo per il nostro paese. L’Italia avrebbe il grande vantaggio di pagare interessi piuttosto bassi per il debito che ha. Cesseremmo di preoccuparci di quell’animale chiamato spread. I rendimenti dei titoli di stato dei paesi della zona euro tornerebbero a convergere come ai bei vecchi tempi in cui i mulini erano bianchi e la crisi dei mutui subprime non era ancora esplosa. I risparmi della periferia sarebbero bilanciati da maggiori esborsi dei paesi più solidi. La Germania sosterrebbe costi più alti per finanziare il proprio debito e così anche la Francia (ad Hollande piacerà?). Accanto alal solidarietà europea però, i paesi più forti pretenderebbero una accresciuta responsabilità degli altri. L’Italia sarebbe vincolata da un patto di ferro per la riduzione del debito in tempi certi. Al termine dei 25 anni il debito italiano dovrà essere al 60%, non solo, i progressi verrebbero monitorati anno per anno. In caso di deviazione si verrebbe scaraventati fuori laddove è solo pianto e stridor di denti. Quanto costerebbe all’Italia ppartenere a questo club? I calcoli li hanno fatti i 5 economisti consulenti della Merkel. Il nostro paese dovrebbe realizzare ogni anno per 25 anni un avanzo primario del 4,4%. All’Italia conviene comunque, scrivono, perché, senza l’aiuto europeo, per portare il debito al 60% del pil, l’Italia dovrebbe realizzare un avanzo superiore all’8%.
Insomma siamo alle regole del fiscal compact, rese più appetibili da un cocnreto sostegno della Germania a pagare tassi di interesse sul debito molto più bassi di quelli attuali.
Con una crescita nominale del PIL al 3% l’Italia potrebbe riuscirci senza nemmeno accorgersene. E così torniamo al punto di prima. Come realizzare suddetta crescita?
Draghi era Tedesco ma è stato rapito dagli zingari da piccolo e portato in Italia.
Ieri Mario Draghi ha tenuto un discorso importante all’università la sapienza nella giornata dedicata al ricordo dell’economista Federico Caffé. Rileggiamo una parte di quel che ha detto.
Siamo ormai giunti ad un punto in cui il processo di integrazione europea, per sopravvivere, ha bisogno di un coraggioso salto di immaginazione politica. È in questo senso che ho richiamato la necessità di un growth compact, accanto al ben noto fiscal compact , questo patto federale per la crescita poggia su tre pilastri ed il più importante, proprio dal punto di vista strutturale, è quello politico. La crisi economica e finanziaria ha messo in discussione la convinzione miope che un’unione monetaria potesse rimanere solo tale. Senza evolversi verso qualcosa di più stretto, più vincolante, dove la sovranità nazionale sulla politica economica fa posto alla decisione comunitaria. Molti avevano rilevato questo, forse alcuni ricordano la “zoppia” del presidente Ciampi, molti avevano rilevato questo sin dalla nascita, sin dalla firma dle trattato di Maastrich, ma i tempi erano diversi, le cose andavano meglio e quindi quegli anni in cui si poteva effettivamente far molte cose in più, sia dal punto di vista interno sia dal punto di vista internazionale, son passati senza che si facesse molto. Quindi occorre che la sovranità nazionale sulla politica economica faccia ora posto alla decisione comunitaria. Occorre che i governi dei paesi dell’Euro definiscano in modo congiunto ed irreversibile, la loro visione di quale sarà la costruzione politica ed economica che sorregge la moneta unica e quali debbano essere le condizioni che vanno soddisfatte perché si possa insieme arrivare a tale meta. Questa è la risposta più efficace alla domanda che ormai si leva da ogni parte del mondo, cosa sarà dell’Euro tra 10 anni? È questa essenzialmente una decisione di carattere politico. Bisognerebbe tornare indietro ed applicare lo stesso metodo che fu usato per la costruzione dell’Unione monetaria, nell”88 uscì il primo rapporto, si delineava una strada, delle date e delle condizioni che andavano soddisfatte, questo diede ai mercati una certezza straordinaria, per cui noi beneficiammo di tassi di Interesse immediatamente molto più bassi, al uni ricordano quello che successe nel ‘92. Nel 92, ad un certo punto vi fu il referendum danese che mise in discussione l’intero tragitto verso l’unione monetaria, immediatamente i tassi di Interesse salirono raddoppiando nel corso di un’estate.
Il secondo pilastro è quello delle riforme strutturali, specialmente ma non solo nel mercato dei prodotti e del lavoro, il completamento del mercato unico, il rafforzamento della concorrenza sono cruciali per la crescita, per l’aumento dell’occupazione, riforme del mercato del lavoro che sappiano coniugare flessibilità e mobilità, con l’equità e con l’inclusione sociale sono essenziali. Una parola sulla relazione tra crescita ed equità. Sono strettamente connesse. Senza crescita, e lo dicono anchegli eventi di questi mesi, prendono forza le tentazioni a rinchiudersi nel proprio particolare e la solidarietà diminuisce. Senza equità l’economia si frantuma in una moltitudine di gruppi di intesse, il bene comune non riesce ad emergere come risultato. Per queste riforme strutturali serve un sistema di regole europee simili a quelle del fiscal compact, con una disciplina che porti col tempo ad una armonizzazione di strumenti e obiettivi. Terzo pilastro rilancio investimenti pubblici. Il ricorso alle risorse pubbliche per sospingere investimenti infrastrutturali ma anche e soprattutto quelli in ricerca innovazione a livello europeo e nazionale. Un patto per la crescita si affianca e non sostituisce il fiscal compact.nonpuò esserci crescita sostenibile senza finanze pubbliche in ordine. Straordinario progresso compiuto da tutti i governi dell’euro sul fronte del consolidamento fiscale ma, superata l’emeenza, occorre che questo si riqualifichi con una diminuzione della spesa corrente e del prelievo fiscale.
Secondo me Draghi immagina una Europa in cui ci si mette a tavolino e si decide quale welfare, quale regole per il lavoro, quali regole fiscali ci vogliamo dare e poi ciascuno si mette all’opera e realizza i compiti. I tagli alla spesa corrente devono essere accettati e accompagnati da investimenti per realizzare capitale fisico e capitale umano. La tabella di marcia diviene una road map che detta l’azione politica entro binari e tempi fissati. Nel frattempo la potenza finanziaria tedesca stende il suo manto protettivo sui popoli meridionali e impedisce che gli spread si allarghino turbando l’armonia prestabilita.
E l’Italia come la vede?
Sempre ieri Pierluigi Bersani, incontrando gli eurodeputati a Bruxelles si è detto favorevole all’European Redemption Fund. Con ciò esprimendo il consenso di quello che è oggi il più grande partito italiano a incamminarsi lungo questo percorso di sovranità nazionale limitata, riforme strutturali ed impegno alla riduzione del debito per un periodo di tempo molto lungo. Questo impegno, queste regole, questa logica può sostituire una vera unione politica? Noi italiani ci siamo sottomessi volentieri al sistema di regole europee perché siamo stati abituati a concepire la politica come arbitrio e rapina, ma la politica è completamente sterilizzabile?
E che succede in caso di shock, se rischiamo di finire contro uno scoglio ci sarà un capitano in plancia che sarà in grado di deviare dalla rotta o andremo avanti comunque?
Qui si apre una questione assai intrigante. C’è un rapporto tra l’unione senza politica dell’Europa, basata su una costruzione normativa astratta, la piattaforma web dei piraten tedeschi, per i quali la linea politica si definisce in tempo reale sulla base della sommatoria di input dei sostenitori telematici, le rivoluzioni senza leader e senza soggetto del mondo arabo? Siamo entrati in un dominio nuovo, in uno spazio post politico? In una sistema di scelte libere la cui somma risulta in un insieme totalmente prevedibile? La palla, a questo punto, torna a Francoise Hollande, e questo stesso fatto dimostra ancora una volta che della politica non si può fare a meno.