In cerca di autore
10 / 6 / 2012 |
Una fitta serie di vertici dal 12 giugno in poi ed un consiglio europeo alla fine del mese. Sullo sfondo il collasso del sistema bancario spagnolo, la persistente agonia delle Grecia e la minaccia di una nuova grande depressione. Al centro del maelstrom la nostra sempre più divergente unione monetaria.
Dieci giorni per salvare l’Euro. Lo abbiamo già sentito dire, e lo abbiamo scritto già. Ve lo ricordate? Sono passati sei mesi, anche piuttosto densi. Era il dicembre del 2011. La battaglia per l’esistenza dell’Euro si sarebbe dovuta combattere e risolvere entro Natale. Il mondo anglosassone sembrava impazzito, in bilico fra il panico per il caos che ne sarebbe derivato e l’eccitazione per i guadagni che presumibilmente se ne potevano trarre. Noi italiani ci trovammo improvvisamente in prima linea. La battaglia finale, fu scritto ed autorevolmente sostenuto, si sarebbe combattuta sul nostro territorio. L’Italia, troppo grande per poterla salvare, ma con tali e tante macroscopiche inefficienze da avere un quasi inesauribile spazio di miglioramento di fronte a se - se solo fosse stata governata come un paese normale!- ci dicevamo, l’Italia, in grado di far saltare il banco, di vanificare qualunque politica comune europea, oppure capace, salvando se stessa di salvare anche tutti gli altri. Poi successero due cose. Il governo Monti riprese per i capelli il bilancio dello stato e Mario Draghi prestó mille miliardi di euro al sistema bancario, facendosi potenti nemici a Berlino. Qualcuno si fece male. JP Morgan non ha mai rivelato i dettagli delle speculazioni sbagliate compiute della balena bianca della city, costatele quasi 3 miliardi di perdite sui derivati, ma le ricostruzioni ipotetiche del financial times, basate sul gossip dei traders, fanno pensare che fu proprio l’insperata svolta positiva dell’inizio 2012, e soprattutto la poco ortodossa mossa di Draghi a mandare in tilt i complessi modelli di mitigazione del rischio di JP Morgan. Noi europei respirammo ma, evidentemente, peccammo di ottimismo perché, a distanza di sei mesi, siamo da capo. Ancora dieci giorni per salvare l’Euro, ancora un grande paese - stavolta è la Spagna - che si fa campo di battaglia in grado di decidere la guerra, o, come purtroppo comincia ad apparire chiaro, a rimandare la resa dei conti ad altra data. Draghi stavolta ha chiaramente detto che non sarà la BCE ad estrarre il coniglio dal cappello. Serve il salto in avanti politico, la politica monetaria non farà da alibi.
Mentre scrivo i ministri dell’economia dell’eurozona stanno negoziando i termini di un salvataggio light della Spagna. Una iniezione diretta di capitale nel sistema bancario, che è quello nei guai, senza marchiare il paese intero come insolvente. Probabilmente una soluzione sarà trovata, e sarà una soluzione parziale, per così dire di minima. Lo stato spagnolo dovrà comunque assumersi il costo dell’operazione, scriverla nei propri libri, garantirla di fronte a creditori arcigni come Germania, Olanda, Finlandia, a tassi meno proibitivi di quelli che potrebbe spuntare sul mercato, ma sempre cari. Insomma sarà ancora una volta lo stato nazione a fare da pivot, da punto di ancoraggio, da istanza ultima. Ovvio no? Direte voi, il salto verso l’unione politica non è stato ancora compiuto.
Ancora? Se volete capire come stanno le cose non guardate quel che il prete dice, guardate quel che il prete fa. O non fa.
Due parole sulla Germania. È il paese più importante. Il primo responsabile ma non l’unico. La Germania farà qualunque cosa per salvare l’Euro. Ma farà il minimo indispensabile, lo stretto necessario e nulla più e lo farà solo se verrà costretta. Come ha fatto finora. Perché penso che non modificherà il suo atteggiamento? Perché fino ad ora ha tratto enormi benefici dallo status quo. Una moneta che scivola dolcemente rendendo ancor più competitive le sue esportazioni, un sistema paese che può raccogliere sui mercati finanziamenti illimitati a tassi negativi, un sistema bancario protetto dalla credibilità nazionale, un ruolo di assoluta centralità politica mai goduto dalla fine della guerra mondiale ad oggi. Si dice che la politica di Angela Merkel non esaurisce la Germania, in cui le sensibilità sono tante e complesse. Vedremo. Secondo tanti illustri commentatori nostrani la vittoria della SPD in Nord Reno Westfalia, la prospettiva di una nuova grosse koalitionen, il rallentamento della crescita nella stessa Germania avrebbe naturaliter portato ad una svolta propiziata dall’insediamento in Francia del presidente Hollande. Per ora non è avvenuto nulla di tutto questo. A Berlino la destra economica di scuola Bundesbank sembra più influente che mai.
Due parole su due grandi paesi i cui leader si spendono quotidianamente in appelli alla zona Euro perché prenda coraggio e spicchi il grande salto verso l’Unione delle politiche economiche. Parlo di Stati Uniti e Gran Bretagna. Obama a volte appare tanto preoccupato da voler assumere lui la leadership del salvataggio dell’Euro ma il suo paese ha sempre impedito ogni aumento di capitale del Fondo Monetario volto a contribuire al firewall della zona euro. Non sarà colpa sua, sono sempre i cattivi repubblicani in congresso che gli lesinano i centesimi, ma l’effetto è lo stesso surreale. A Londra Cameron tuona come il big ben allo scoccare delle ore. La zona euro deve darsi un’unica politica economica, dice, e deve farlo presto. Allora perché il suo ministro del tesoro Osborne si oppone strenuamente all’ipotesi di coordinamento in campo bancario? Londra ci chiede di partire ed intanto si arma per restare indietro. E la Spagna? Oggi sono gli spropositi del sistema bancario iberico che fanno lievitare gli spread, ma vogliamo ricordare la potenza della finanza spagnola, come appariva appena ieri? Vogliamo ricordare che Madrid si è sempre opposta in modo viscerale ad ogni ipotesi di cedere la vigilanza bancaria alla BCE?
E nel settore privato che succede? I maligni sostengono che la lentezza con cui si è posto mano al salvataggio della Grecia è servita alle banche, che si sono disfatte dei titoli tossici trasferendone il peso alle tasche dei contribuenti. Giova ricordare che i contribuenti sono quelli di tutta l’Unione e le banche prevalentemente francesi e tedesche. Intanto il debito pubblico è stato, per così dire rinazionalizzato. Come era prima dell’istituzione dell’euro. Ormai i due terzi del debito italiano sono di nuovo in mani di cittadini e banche italiane. Tanto per fare un esempio. Gli operatori sui mercati internazionali comprano Bundesbank e Banque de France. Basta guardare la curva gemella dei rendimenti francesi e tedeschi degli ultimi mesi per rendersene conto. Gli ottimisti comprano Parigi e i pessimisti Berlino. Non solo. Le grandi banche internazionali che lavorano nei paesi della zona euro hanno usato gli ultimi sei mesi per rinazionalizzare il bilanciamento degli impieghi e della raccolta. Questo significa che l’ammontare dei prestiti erogati entro i confini di una certa nazione deve ormai essere compensato da una raccolta del risparmio ed una situazione patrimoniale congrua entro i confini nazionali, e questo per minimizzare lo shock di una eventuale disintegrazione della zona euro. Si capisce molto bene la diseconomia di questa frammentazione. Visto che i soli flussi internazionali vanno in direzione dei paesi forti. È come se a Berlino avessero in mano un aspirapolvere che succhia liquidità dai paesi del sud. Un pò come, in Italia, si diceva facessero le banche del nord nei confronti della raccolta dei risparmi effettuata nel meridione.
Il gran parlare che si fa a Bruxelles di politiche comuni per la crescita e dell’esigenza di un salto verso l’Unione politica somiglia sempre più al concerto sulla tolda del titanic mentre la grande nave prosegue verso la sua rotta di collisione con l’iceberg. I nostri leader somigliano a maschere di Pirandello, prigionieri di un salotto borghese da cui non sanno uscire. Volete un altro paragone letterario? Ricordate la “cronaca di una morte annunciata”? Il libretto di Gracia Marquez? Quando in una comunità piccola e coesa, tutti avrebbero potuto mettere sull’avviso il protagonista che si complottava per ucciderlo, tutti sapevano ma nessuno agiva, non per una particolare determinazione a fargli del male, o per una decisione assunta consapevolmente ma per inerzia, per la voglia di evitare imbarazzo. Si fa presto a dire che la Germania dovrebbe… Ma chi è andato a Berlino a dire che bisogna cambiare rotta, assumendosene la responsabilità, al punto da minacciare la rottura? Non lo hanno fatto i greci né gli spagnoli e neppure noi, forse il nuovo presidente francese lo farà? Vedremo. Ultima citazione. L’Unione politica è una grande idea ma, temo, per un’altra generazione.