La politica e l’economia come l’azione e la vita
23 / 6 / 2012 |
Ogni volta che un importante vertice europeo si chiude ci chiediamo se gli impegni assunti dai leader avranno un impatto sulla crisi che stiamo vivendo, se alle parole seguiranno i fatti. Essendo la materia europea sommamente complessa la risposta non è mai immediata.
Ci sono voluti 20 anni per capire quanto a fondo la firma del trattato di Maastricht avrebbe trasformato le nostre vite, le nostre società, la nostra economia e la nostra politica. La politique et l’économie sont liées l’une à l’autre comme le sont l’action et la vie. Sono parole del generale Charles De Gaulle, poco amate dai tecnici dell’economia e dagli assertori del politique d’abord, della politica come dimensione superiore ad ogni altra. Sono perfette, secondo me, per capire il presente.
Cominciamo con la dimensione apparentemente più economica.
I 4 leader hanno annunciato un investimento per la crescita, un pacchetto di stimolo all’economia pari all’1% del PIL dell’eurozona. Molto o poco? Dipenderà dai dettagli. Come verrà speso, da dove verranno le risorse? La dimensione non è impressionante. Le economie, comparabili con l’Eurozona, ovvero Stati Uniti e Cina, hanno varato, dopo la crisi del 2008, pacchetti di stimolo cinque o dieci volte superiori. Però è la prima volta che tutti i leader di grandi nazioni europee, di destra, di sinistra, di Francia e di Germania si dicono persuasi che riforme ed austerità nazionali non bastano e che serve uno stimolo paneuropeo alla domanda aggregata. Che la spesa pubblica non deve essere ridotta, ma deve essere trasformata in investimenti per il futuro. È un passo verso l’unione, l’assunzione comune di responsabilità per il lavoro, la crescita, il benessere dei popoli. È politica nel senso di De Gaulle, ovvero è azione. Come tutte le azioni è destinata a modificare la traiettoria, ad iniziare una catena di cause ed effetti nuovi, non tutti prevedibili oggi. Quanto inciderà sulla vita? Vedremo. Le 4 grandi nazioni hanno inoltre scelto di puntare massicciamente all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin Tax, ormai mitica per le indignate sinistre globali che la vedono, magari ingenuamente, come una rivalsa dei poteri pubblici contro l’inafferrabile onnipotenza dei mercati. Hanno scelto di farlo lo stesso giorno in cui i membri dell’ecofin hanno invece votato per il no, vista l’opposizione di Svezia, Finlandia e Regno Unito. Il segnale che viene da Roma sta a dire che su questo terreno ci si prepara ad una cooperazione rafforzata del cuore dell’eurozona, nell’impossibilità di assumere la decisione a 27.
Misureremo la cessione di sovranità necessaria al progresso verso l’unione bancaria, fiscale, politica, sulla base della solidarietà che verrà offerta, ha detto Francois Hollande ad Angela Merkel, accettando di rinviare la discussione sugli eurobond e su ogni mutualizzazione del debito. Per ora la mediazione tra Francia e Germania è affidata agli altissimi eurocrati. Il gruppo di studio Barroso, Junker, Van Rompuy e Draghi proporrà ai leader una ipotesi di percorso a tappe per raggiungere questi obiettivi negli anni a venire. Monti ha fatto un cenno, velato, apparentemente leggero, al ruolo di Roma, come città dove tutto è iniziato, alludendo alla necessità di una rifondazione radicale con riscrittura dei trattati. Ma prima, come dice la Merkel, dentro le nazioni, deve iniziare il dibattito, e deve essere un dibattito serio. No, il dibattito no! Pensava Hollande inconsapevole emulo di Nanni Moretti… Sapendo bene che ai Francesi non piace sentir dire che la Republique debba cedere a chicchessia neppure un granello della sua grandezza.
Il salto in avanti verso l’unione politica, quel salto che non si è riusciti a spiccare al tempo del trattato di Nizza, e poi, nel lungo calvario della costituzione europea, non poteva sgorgare come acqua di fonte in risposta ad una situazione di asimmetrica necessità, perché qualcuno a sud non sa come pagare i debiti e perché la crisi mette alcune nazioni alla mercé della speculazione. Sarebbe stata una risposta ingenua e pericolosa. Nonostante la quantità di auguste firme e nobili teste che la invocano sui giornali. - Le elites federaliste hanno invocato sempre l’Unione politica, quando le cose andavano bene ed ora che vanno male, loro li diamo per scontati.- Va invece allargata la consapevolezza dei popoli, non solo di quanto sia audace e nobile il sogno europeo ma anche di quali siano i costi, le responsabilità ed i vantaggi che implica. Su questo purtroppo la Merkel ha ragione, si deve sviluppare nelle nazioni un dibattito ed una comprensione della politica nella sua dimensione europea. Le elezioni in Germania, in Francia, in Grecia sono politica nazionale, lo stiamo capendo, finalmente i nostri media lo hanno compreso.
Veniamo alla vita. Quella dimensione incolta ed incoltivabile, imprevedibile e imponderabile che rende la storia interessante, la politica umile e l’economia scienza assai inesatta.
Per quanto la Germania possa scommettere sull’Euro, per quanta solidarietà si possa trovare tra i partner è tuttavia evidente che, nel lungo periodo i sistemi dovranno andare a convergere, sia pure nelle sane diversità e che, altrimenti, tutto è destinato a finire molto male. Più la gabbia sarà ben costruita più lo schianto sarà doloroso. Per parlar chiaro, facendo solo l’esempio dell’Italia e degli italiani, se vogliamo continuare ad usare la stessa moneta dei tedeschi dobbiamo rinunciare a cose che ci sono sempre state molto care. Faccio solo due esempi. La corruzione e l’evasione fiscale. Sapremo vivere senza? Non lo so.